lunedì 23 aprile 2018

Mi presento: due parole su chi è Alice Bassi

Salve.
Sì, lo so che gestisco il blog da anni. So anche che vi ho già raccontato un po' di cose sulla mia passione, la scrittura, e anche sulle mie paturnie personali. Però, a seguito delle presentazioni della mia socia, mi sono resa conto che - accidenti - non avevo mai scritto un post per presentarmi e dirvi qualcosa di più su chi sono io. Non la tizia che gestisce il blog, o quella che ha partecipato a quel concorso (a proposito, perché non smette di parlarne?), ma io. Alice Bassi, in diretta e stereo. Per citare un telefilm che ultimamente mi si è saldato alle ossa come un secondo scheletro, "nessun bis, nessuna replica e, questa volta, assolutamente nessuna richiesta".
Così, ho pensato, in occasione della riapertura del blog, che avrei potuto svelarvi qualcosa di più. Insomma, da una che si chiama Alice ci si aspetta, perlomeno, che abbia visitato un ragionevole numero di tane di coniglio.
Perciò, partiamo.

Mi chiamo Alice e non sono mai stata nel Paese delle Meraviglie. Sono nata in piena notte, 31 anni fa, e pioveva. Diluviava, anzi, e l'intero ospedale ululava e tremava per il fragore del vento e dei tuoni. Faceva pure freddo. Perciò, in un certo senso, sono davvero nata insieme al più vecchio incipit del mondo: "Era una notte buia e tempestosa..."
Che altro avrei potuto fare, se non scrivere?
Forse è per questo che ho iniziato a farlo molto presto, all'età di circa tre anni e mezzo. Mi piaceva. Tutti dicono che, se sei sola e fuori piove, non c'è niente, ma proprio niente che puoi fare, invece non è vero. Un foglio, una penna - o una matita - e appena un angolino di pavimento sono più che sufficienti per volare su Urano, o al centro della Terra, o per navigare insieme al pirata Long John Silver, con il vento a spettinarci i capelli e le narici piene di mare e di salsedine.
Immagino ci sarebbero parecchie cose da dire sulla mia infanzia, così come sulla mia adolescenza; ma è meglio di no. Non tutti i segreti vanno raccontati e non in tutte le tane si nascondono solo innocui conigli.
Vi dirò solamente che sì, sono caduta in parecchi buchi. Profondi, umidi e gelidi come sudari. Laggiù, mi dispiace deludervi, la gente non cammina sottosopra. Non ci sono scacchi, né regine, e nemmeno carte da gioco parlanti. C'è solo l'oscurità, e la paura, e il rumore di qualcosa, non troppo distante da voi, che sgranocchia e risucchia nel buio.
Ma concentriamoci sulle cose belle. Ho un nome che mi piace (non tutti possono dirlo), una collezione di Funko Pop da paura e una sincera, viscerale passione per il brodo coi tortellini. Potrei mangiarlo a colazione, pranzo e cena più o meno per sempre, credo. Altrettanto per sempre potrei ascoltare queste canzoni: Cough Syrup; A thousand times; Hey, Jude; Born to run; Life on Mars?; Space Oddity; Bohemian Rhapsody. Il mio gruppo preferito sono i Queen. Avrei dato qualsiasi cosa per essere al concerto di Wembley nell'86, ma mancava un anno alla mia nascita e se ci sono stata in un altro corpo, l'ho dimenticato.

I miei film preferiti sono Inception e V per Vendetta, ma la mia vera passione sono i libri: libri come rifugi, come calde pantofole da indossare alla fine di una dura giornata là fuori, nel mondo reale; libri come sogni, come erba su cui passeggiare, come caminetti accesi quando fuori nevica, come abbracci, come luoghi in cui tornare. E voi direte: bello, allora ti piaceranno i romanzi d'amore, o fantasy, o comunque roba tranquilla in cui sentirti al sicuro.
Stolti.
I miei generi preferiti sono l'horror e la fantascienza, soprattutto i romanzi distopici, ucronici, postapocalittici o pandemici. Sì, lo so che non ha senso. Forse io stessa sono una specie di distopia vivente. In un futuro indesiderabile governato da un controllo totalitario delle menti, le persone non sono più in grado di leggere ciò che le farebbe stare bene. Una roba così.
A ogni modo, i libri non mi piace solo leggerli, ma anche scriverli. Questo è l'argomento di cui vi ho parlato più profusamente, perciò non farò altro che rimandarvi al link più recente. Qui mi limito a dirvi che non solo non leggo romanzi che mi fanno stare bene, ma nemmeno li scrivo. Adoro l'atto di scrivere, questo sì, sono i contenuti che mi fregano. Ma la penna è capricciosa e va dove vuole lei. Forse talvolta dovrei fermarla, o sussurrarle di andare più piano, o meno a fondo, ma perché, poi? Lei è serena. E' felice, non ha sensi di colpa e nemmeno un passato. Tutto ciò che fa è saltellare da un paragrafo all'altro, facendo sbocciare fiori neri su un prato bianco.
Che si goda la libertà, almeno lei.
Che la mia penna possa viaggiare dove, per adesso, solo i miei occhi e la mia mente osano farlo.

- Alice



domenica 22 aprile 2018

Mi presento: due parole su chi è Francesca Bertuca


Cucù.

Mi chiamo Francesca e sono nata incompresa. Incompresa perché i medici erano convinti che fossi un maschio, ma sbagliavano. Oh, se sbagliavano! Incompresa perché cresciuta con la convinzione di vivere in un mondo adatto a tutti, dove i sogni si realizzano, e perciò derisa. Incompresa perché troppo sorridente. Incompresa perché troppo assillante, o troppo fredda. Perché troppo bambina in un mondo di donne e perché troppo maschiaccio in un mondo di bambole. Forse è anche per questo se oggi vi sto parlando. Non voglio prendervi in giro, o spacciarmi per qualcuno che non sono. Non è questa la sede adatta e non è ciò di cui ho bisogno. Quindi, lasciate che vi dica qualcosa di me.
Sono nata e cresciuta a La Spezia, ma, senza nulla togliere alla mia terra, non mi sono MAI sentita a casa. E questo è uno dei motivi che mi hanno spinta a diplomarmi come perito turistico nel lontano 2006. Volevo di più, volevo andare più in là. Mica di tanto, eh. Solo un po’. E così, fresca di diploma e abbattuta per una voce che continuava a ripetermi di volare basso, ho fatto le valige e me ne sono andata. Ma, si sa, la vita non è semplice, soprattutto quando hai vent’anni e credi di avere il mondo in mano. Così, con la schiena ingobbita e le ambizioni deluse, un bel giorno sono tornata a casa. Forse la voce aveva ragione, mi dicevo, forse dovrei volare basso e vivere una vita “normale”. Lavorare, costruirmi una famiglia e fare le valigie solo per le vacanze.



Ci ho provato, lo giuro. Io volevo DAVVERO smetterla di volere andare più in là, ma non ci sono riuscita e, Dio, quanto ho sofferto per questo. Sapete, credo sia stato questo l’inizio di tutto.
Avevo già 29 anni, e un bimbo di tre, quando ho iniziato a scrivere. Fino ad allora ho sempre pensato che l’unico modo per “andarsene” fosse quello di chiudere quella dannata valigia e salire su un treno, o un aereo, o una nave. Invece mi è bastato prendere una penna tra le mani e iniziare a scrivere. All’inizio è stato difficile, lo ammetto. Non sapevo da dove iniziare, ma sapevo di avere una storia da raccontare e oggi sono qua.

Sto tutt’ora lavorando a una saga fantascientifica di cui ho terminato il primo volume a gennaio. Si tratta di un’ucronia intitolata “I figli della cenere”, una storia ambientata in Europa, in un futuro devastato dalle conseguenze della crisi missilistica di Cuba del 1962, per cui il contingente americano e quello sovietico si sono scontrati, dando origine al terzo conflitto mondiale.
Chi di voi scrive potrà capirmi se vi dico che questa saga è per me come una figlia. Mi fa stare in ansia quando la sottopongo a un giudizio esterno, non mi fa dormire… mi fa pure arrabbiare! Ma la amo e sarei disposta a fare qualsiasi cosa affinché anche altri possano amarla allo stesso modo. Affinché, leggendola, possano sentirsi come su un vascello diretto in un mondo lontano. A proposito, colgo l’occasione per ringraziare Alice per avermi sostenuta in questo progetto e per aver sopportato tutti i miei crolli (sono stati moltissimi, credetemi).
Ma torniamo a noi!
Come vi diceva la mia fantastica socia, nonché preziosissima amica, a dicembre abbiamo tenuto un corso di scrittura creativa presso la Biblioteca comunale di Santo Stefano di Magra. È inutile dirvi quanto sia stato emozionante poterlo fare, poter comunicare con persone che parlavano la mia stessa lingua… non sentirsi incompresa, una buona volta.
Se sono qui, oggi, è proprio per questo: parlare con voi. Di libri, di scrittura, di esperienze letterarie. Siamo disposte a confrontarci con lettori accaniti e scrittori disperati, ma anche a recensire qualche vostro lavoro, se lo gradite.

Insomma, questo è il mio primo post e sono certa di essermi già dilungata troppo. Per ora vi saluto, ma restate sintonizzati. Presto torneremo con qualche succosa novità! *_*


- Francesca

venerdì 20 aprile 2018

A volte ritornano... e cambiano rotta.

Salve. Prova, prova. Riuscite a sentirmi? Leggermi? Quella roba lì?
Bene. Se mi state leggendo, probabilmente vi starete ponendo delle domande. Alcune potrebbero riguardare la mia scomparsa dal blog due anni fa. Altre - ma che ci fa qui? Non ci eravamo liberati di lei? - sul perché sia tornata a scrivere proprio oggi. Alcuni non ci faranno nemmeno caso, ma, a qualunque gruppo apparteniate (o che siate tra i pochi che, trovando un mio nuovo post, parteciperanno a riti orgiastici in mio onore; se siete fra questi, amici, dateci dentro e moltiplicatevi), sappiate che questo è un post di spiegazioni, ricordi e una spumeggiante fioritura di novità.

Partiamo dall'inizio. Da due anni fa, per la precisione. Anno 2016, uno dei tanti uguali della mia vita. Come molti altri anni, era iniziato con le migliori intenzioni: sorriderò di più e perderò quei venti chili e smetterò di farmi tanti problemi per i giudizi degli altri e andrò nel Maine a stalkerare Stephen King. Mi innamorerò, mi farò nuovi amici. Sarò buona. Roba da letterina di Babbo Natale, forse, ma fra le decine di buoni propositi ce n'era uno a cui tenevo più che a qualunque altro. Il primo della lista, come nel 2015, 2014 e tutti gli anni precedenti.




Risatine. Lo so. Non è che uno, a meno di non rivolgersi ai servizi di Self Publishing, possa decidere di pubblicare il proprio romanzo. Bisogna che qualche Editore (mai a pagamento né a doppio binario, ragazzi, non mi stancherò mai di ripetervelo) dimostri interesse. Ed era successo, come vi avevo raccontato qui, in occasione della mia partecipazione al Premio Letterario Nazionale indetto dalla prestigiosa Casa Editrice Neri Pozza.
Allarme spoiler per i pigri che non hanno voglia di cliccare sul link: il mio primo romanzo da esordiente era stato selezionato fra i 12 finalisti della sezione maggiore e fra i 2 della sezione Under 35. Una roba che non mi sarei mai neanche sognata, considerato che il vincitore avrebbe ottenuto un po' di soldini e il Santo Graal per qualsiasi scrittore: il contratto editoriale con Neri Pozza.
Allarme spoiler numero 2: non ho vinto.
Però è stata un'esperienza incredibile, che mi ha permesso di conoscere persone di grande talento e cultura, oltre che di ricevere apprezzamenti insperati. Purtroppo all'epoca ero un tantino troppo immatura per riuscire ad apprezzare appieno l'esperienza nonostante la non-vittoria, ma grazie a quel meraviglioso processo che si chiama maturazione oggi sono una persona diversa. Con i piedi più per terra, forse, e con una lucidità maggiore.

In ogni caso, una volta tornata a casa (e leccatemi le ferite, che, maledizione, bruciavano da matti), mi sono seduta davanti al  manoscritto, ho rievocato alla memoria i consigli che mi erano stati dati e ho deciso che avrei sistemato tutti i buchi della trama e dei personaggi, perché chi mi aveva dato determinati consigli aveva ragione. Dovevo solo mettermi al lavoro.
E mi ci sono messa, ma, più leggevo il testo, più mi rendevo conto che quelli che io pensavo fossero buchi erano in realtà lacune, e le lacune voragini. Magari posso sbagliarmi, in fondo il testo non era malvagio, ma alla fine, lottando contro la nausea, ho posato la penna, mi sono fatta un tè e mi sono detta: ok, Alice. Questo libro non è solo da sistemare, ma da rifare da zero. E sarà meglio che tu cominci subito, se non vuoi finire nel dimenticatoio.

Ma - ri-allarme spoiler - non ci riuscii. Per un anno e mezzo ho vagato, continuando a scrivere quasi solo sul blog, senza essere in grado né di capire come revisionare le fondamenta del romanzo, né come proseguire con l'altro libro che mi frullava in mente, una storia che mi attraeva non poco. Avete presente, quando c'è una sventola da urlo che vi fa l'occhiolino e intanto voi siete sposati con una prostituta rugosa che vi siete ritrovati nel letto dopo una notte brava a Las Vegas?
Ecco. Quella roba lì.
E quindi, cos'ho fatto?
Ho seguito la sventola. Mi pare ovvio. La nuova storia mi piaceva, parlava di me, della mia vita, di un viaggio. Volevo davvero scriverla, motivo per cui buttai giù qualche centinaio di pagine, tutte sparse, senza soluzione di continuità, che però mi piacevano moltissimo. Le sentivo mie, ma c'erano due problemi: il primo, che non avevo ancora una trama. Il secondo: la prostituta rugosa. L'altro manoscritto, in attesa di revisione, che mi aspettava con una sigaretta in bocca e il rossetto sbavato.


E, un brutto giorno, è successo.
Mi sono bloccata. Male, non solo un po'. Inchiodata come un'auto inclinata a metà sul ciglio di un burrone. Non solo non riuscivo a proseguire con il nuovo romanzo, ma non ero nemmeno in grado di studiarne una possibile trama. E, in più, non mi riusciva nemmeno di concentrarmi sul precedente.
Per un po' ho continuato a scrivere sul blog, ma Prostituta Rugosa e Sventola continuavano a darmi il tormento. Ho anche partorito un altro libro, nel frattempo, un breve romanzo sul tema della solitudine (allegria!), che mi ha entusiasmata durante il periodo di stesura - circa una settimana - ma che non è riuscito a farmi venire nessuna idea per sbloccarmi con i due progetti maggiori.
Non so cosa avreste fatto voi, ma, per come la vedevo io, mi restavano due alternative. La prima, darmi io stessa a riti orgiastici, nel tentativo di invogliare di nuovo la Musa a volgere il suo bellissimo e crudele sguardo verso di me; e poi c'era la seconda alternativa, e cioè cambiare nome, sesso, nazionalità e possibilmente pianeta, così da fuggire per sempre dai miei obblighi ma, ahimè, anche da qualcosa di molto più importante: i miei sogni.

E' stato allora che, dopo diversi anni in cui avevamo perso i contatti, ho ripreso a parlare con una mia carissima amica, Francesca Bertuca. Buoni, adesso arrivo al punto. Allacciate le cinture e tenetevi forte, che qui stiamo arrivando alle novità.
Chiacchierando, abbiamo scoperto insieme che sia io, sia lei eravamo aspiranti scrittrici. Lei, in particolare, aveva appena finito la prima stesura della sua opera d'esordio e stava lavorando sulla revisione. Volevo leggere qualcosa di suo? Certo. Ero sicura che non mi scocciasse? Sicurissima.
Così, mi sono ritrovata a sfogliare alcune pagine del suo romanzo. C'era del buono. C'erano anche degli errori, così come nella mia prima opera, ma lo stile di Francesca mi piaceva. Era avventuroso, entusiasta e innocente, tutte qualità che io sentivo di aver perso per il troppo riflettere e scervellarmi, come se da anni non stessi facendo altro che rigirarmi tra le mani un complicatissimo cubo di Rubik.
Iniziai a darle dei consigli, che lei accettò. E questo è importante, ma non quanto ciò che sto per dirvi: e cioè, che lei accettò anche qualcos'altro. Di leggere qualche pagina di Prostituta Rugosa e, a sua volta, darmi un parere, grazie al quale capii tutti i miei errori.
Fu un miracolo. Per entrambe.
Da quell'incontro, nel giro di poche settimane, riuscimmo a uscire dai nostri pantani personali. Lei iniziò a fare progressi vertiginosi, riscrivendo l'intera trama della sua opera, e lo stesso feci io. Non so ancora come, ma le idee, stavolta, c'erano, e fluivano dalla mia penna senza fatica. Cioè, un po' di fatica ovviamente c'è stata, ma non era nulla in confronto al blocco dei due anni precedenti. Stavo scrivendo. Mi stava riuscendo bene. La nuova versione di Prostituta Rugosa mi piaceva e, cosa importante, mi stavo divertendo da matti.

Dieci mesi. Questo è il tempo che ci ho impiegato a rifare tutto il lavoro da zero e revisionarlo, ritrovandomi alla fine con qualcosa che non somigliava affatto a una donnaccia grinzosa: il nuovo manoscritto era smagliante, levigato, luminoso come solo le buone idee (almeno, io la vedo così) sanno essere. Perfino la storia era cambiata, così come il protagonista e qualsiasi altro dettaglio, tranne un paio di nomi di qualche personaggio.
Nel frattempo (e qui siamo a ottobre 2017), anche Francesca era in dirittura d'arrivo con il suo romanzo, perciò tutto filava a meraviglia. Ho inviato la mia opera ad alcuni Editori selezionati, che ammiro e le cui pubblicazioni apprezzo molto. Tempo addietro avevo già inviato anche il romanzo breve. Sono attualmente in attesa di un segno divino per entrambi. Forse finirà bene, forse no, ma sono sinceramente felice di essere riuscita a scrivere sia l'uno, sia l'altro.

E voi direte: embè? Brava, fantastico, ma la novità? Perché sei qui? E soprattutto, che fine ha fatto Sventola?

Una cosa alla volta. Intanto, la novità: da oggi, il blog si amplierà e cambierà leggermente rotta. No, non mi metterò a parlare della ricetta della torta salata di zucchine. L'argomento sarà sempre inerente ai libri. Sarà il punto di vista a cambiare: invece di parlarne come lettrice, ne parlerò anche come scrittrice. Non solo recensioni, quindi, ma anche considerazioni di altro genere sulla letteratura, sugli incipit migliori e tante altre idee che abbiamo già in cantiere. Già, avete letto bene: abbiamo. Perché tutto questo non lo farò da sola: Francesca mi affiancherà nella gestione del blog, che si arricchirà anche con i suoi contatti, i suoi post e, non da ultimo, se tutto andrà bene, con i nostri video in cui vi daremo qualche consiglio di scrittura creativa in pillole.
Sì, perché pochi mesi fa, tra ottobre e dicembre, io e Francesca abbiamo tenuto un corso proprio di scrittura creativa (questa è la pagina FB) presso la Biblioteca comunale del nostro paese, dove abbiamo conosciuto aspiranti scrittori di grande talento. E' stato grazie a queste persone eccezionali se siamo riuscite a portare avanti il progetto del laboratorio e se, oggi, sto scrivendo qui queste novità. Speriamo che le nostre idee potranno stuzzicarvi e, chissà, per chi abitasse vicino, anche portarvi a seguire uno dei nostri corsi. Il prossimo, di scrittura creativa avanzata, si terrà in autunno in provincia di La Spezia. Stay tuned.

Ah, già. Non posso ancora salutarvi: devo ancora dirvi di Sventola.
Beh, sapete come succede. Uno si innamora di una bella ragazza, ci esce, ci sta insieme per un po', magari ci va anche a convivere, e poi si rende conto che quella non è una ragazza, bensì un'idrovora che fagocita emozioni, paure, dolore e qualsiasi emozione spaventosa riusciate a farvi venire in mente. Sventola è un romanzo davvero personale, difficile, come un mio tatuaggio su carta. Sono io. Al cento per cento. E ho paura.
Ho provato a scriverlo, dopo aver terminato il precedente libro, sull'onda dell'entusiasmo, e ne sono uscite fuori 325 magnifiche pagine - l'equivalente della convivenza che vi ho citato poco fa, se vogliamo proseguire con quella metafora. Beh, dopo averle scritte mi sono resa conto che, per quanto mi piacesse lo stile, non stavano in piedi. Un certo evento alla base del libro non poteva verificarsi, compatibilmente con gli obiettivi dei personaggi. E non potevo cambiare i personaggi. Perciò, SBADABAM. Libro crollato. Cestino, apriti e ingoia questo aborto.

Ho provato a riscrivere il libro in più versioni, buttando ogni volta 50, 60 pagine, ma non c'è stato verso di farlo funzionare. Di recente mi sono fatta venire un'idea che potrebbe essere quella buona, ma non sono più in grado di scriverla. Cioè, per ora. La mia situazione è esattamente identica a quella del 2015: troppe idee, troppa ansia, troppi dubbi, mancanza di grosse parti della trama. Ma non posso farci niente: per quanto io e Francesca (senza di te, amica, sarei persa), la quale ha un vero talento per ideare plot, abbiamo buttato giù svariate scalette, non riesco a rispettarle. Non ho scritto i miei due precedenti romanzi visionando una scaletta e non lo farò con questo. Per me, l'unico modo in cui mi sento davvero viva mentre scrivo è farlo al buio, come si dice in gergo. Magari ne parleremo in un prossimo post, perché no. Per ora, vi dico solo che sono depressa e che Sventola (da qui in avanti, Sventola Infame) mi continua a chiamare, ma io non so come risponderle. Vorrei, ma mi mancano le parole.

Beh, anche questo chilometrico post è giunto al termine. A breve leggerete anche il primo che pubblicherà la mia socia, in cui dirà qualcosa di sé. Credetemi, vale la pena leggere ciò che ha da dire. E vale la pena che continuiate a seguire il nostro (che bella parola!) blog.

Per ora, vi saluto e vi auguro di scrivere, leggere ed essere sempre felici.

giovedì 9 giugno 2016

Esiste il libro più bello del mondo?


Ebbene, oggi vi pongo una domanda che mi ha rosicchiata a lungo.
Tutto è iniziato dopo aver terminato di leggere la saga di Hunger Games, circa una settimana fa, e avervene parlato sulla mia pagina FB. Diciamo che non ero partita bendisposta nei confronti di questa saga, non tanto perché vada o sia andata di moda per lungo tempo, né perché abbia segnato una generazione di ragazzine/i più o meno coscienti di ciò che stavano leggendo; in fondo, anch'io devo essere sembrata piuttosto stupida e urlante, a suo tempo, quando gridavo al mondo il mio amore per Draco Malfoy. E avevo ragione, per la miseria. La saga di Harry Potter era eccezionale.

Il motivo per cui ho iniziato a leggere Hunger Games con diffidenza è Battle Royale, libro di Koushun Takami, se non erro del 1994 o 1996, dove un gruppo di studenti delle medie viene scelto ogni anno per andare su un'isola sperduta e ammazzarsi fra loro fino a decretare un unico vincitore, che andrà a comporre l'esercito governativo. Questo per ricordare la rivolta dei giovani, avvenuta decine di anni prima, contro il potere centrale; le "battaglie reali" non erano altro che una punizione e un monito per le generazioni a venire affinché non sfidassero più il Governo. Vi ricorda qualcosa? A me sì, che diamine. Motivo per cui no, non avrei mai letto Hunger Games, se non mi fosse stato così caldamente consigliato.
E avevano ragione, così come io avevo ragione a volermi riprodurre con Draco Malfoy. Perché in Hunger Games, anche se le premesse sono al limite del plagio, la storia si sviluppa in modo completamente diverso, dal secondo libro in avanti; una storia che mi ha avvinta, specialmente la caratterizzazione di Katniss Everdeen e il suo legame altalenante e carico di tensione con Peeta Mellark, pur detestando, in genere, le storie d'amore. Ma ficcamene una in un gioco mortale dove tutti devono ammazzarsi a vicenda e su uno sfondo postapocalittico, e sono perdutamente tua.

Due settimane scarse. Questo è il tempo che ci ho impiegato per divorare l'intera trilogia, e poi, ruttante e felice, mi sono appollaiata sulla tastiera per chiacchierarne con voi. Sì, buoni, buoni, sto arrivando al punto. A quel punto, una ragazza, il cui giudizio peraltro tengo in alta considerazione, ha commentato dicendo che a lei quella saga non è piaciuta per niente, soprattutto per i motivi per i quali, invece, io me ne ero innamorata. Sono rimasta sorpresa, pensando, come ingenuamente faccio per ogni cosa che mi piace da morire: "Ma come? La bellezza di un'opera non dovrebbe essere universale? Se una cosa è bella, è bella e basta, no? Si può amare o non amare la pizza, ma un'opera che mette in campo emozioni, immagini, sentimenti, dovrebbe essere magnifica per tutti!"

Ho pensato la stessa cosa per svariati libri che per me sono semplicemente perfetti, o vicini alla perfezione: Carrie, Pet Sematary e la saga de La Torre Nera di Stephen King; Sfera di Michael Crichton; 2001 Odissea nello spazio di Arthur Clarke; L'Alchimista di Paulo Coelho; Furore di John Steinbeck; Farenheit 451 di Ray Bradbury; Il signore delle mosche di William Golding; la saga di Harry Potter di J. K. Rowling; le saghe di Hunger Games (Suzanne Collins) e Divergent (Veronica Roth, che deve ancora pagarmela profumatamente per il finale); il succitato Battle Royale di Koushun Takami, La strada di Cormac McCarthy... e ce ne sono molti altri, senz'altro, che ora non mi sovvengono.

Per me questi libri non sono solo perfetti o quasi, ma rappresentano per me la mappa con cui ritrovo me stessa, la mia personale Stella Polare. Senza di loro, non saprei chi sono, né potrei spiegarlo agli altri. Quando morirò, chi vorrà ricordarsi di me dovrà leggere semplicemente questi libri, e mi troverà. Sarò per sempre nell'ombra della Torre, nel rosso campo di rose del Can' Ka no Rey; una degli Intrepidi che salta sul treno gridando di trionfo; e potrei essere io la nuova insegnante di Pozioni, o la prossima donna che, raggiunto il culmine della disperazione e dell'umiliazione pubblica, perde il controllo e sprigiona poteri micidiali contro tutti quelli che l'hanno ferita.

Eppure, ad alcuni questi libri non piacciono. Ci sono persone che non riescono nemmeno a leggerli. Hanno idea, queste persone, di quanto mi ferisca tutto ciò? No, e hanno ragione. La mia è una reazione assurda, lo so. Ma io (come, sicuramente, molti altri oltre a e più di me) non mi limito a leggere i libri, ma li annuso, ne addento la copertina e, con le labbra macchiate d'inchiostro, ne mastico lentamente le bianche interiora. Entrano a far parte di me, della mia identità, e rifiutare uno di quei libri è come rifiutare me stessa. E' giusto? E' sbagliato? Oh, lo so che la risposta di maggioranza è più vicina alla seconda opzione, ma è così che sono fatta io. Sbagliata, fuori dalle righe, impulsiva, ma anche reale. Di sangue e ossa e grida di guerra.

In fondo, ci sono anche libri che io stessa non sono riuscita a finire di leggere: IT, ad esempio, pur amando Stephen King; sempre di King, Il miglio verde; e non mi è piaciuto particolarmente L'ombra dello scorpione, così come non ho apprezzato tanti altri libri di svariati autori. Non sto riuscendo a finire Lessico famigliare della Ginzburg. Detesto Il piacere di D'Annunzio, mentre una mia collega mi disse, anni fa, che dal canto suo avrebbe salvato solo quel testo, se si fosse trovata in una biblioteca in fiamme. Sempre lei mi consigliò di leggere Narciso e Boccadoro, perché mi avrebbe conquistata; lo comprai, ma non riuscii ad andare oltre la seconda pagina. Non credo di averglielo mai confessato, perché non volevo ferirla, pensando che reagisse come me a questo genere di giudizi. E chissà quante persone ho ferito in vita mia, con giudizi su libri che per loro erano il sole e la luna, le stelle, le dolci braccia di una madre, Dio.

La verità è che non esiste una verità, bensì solo relativismo.
Però, vi domando: secondo voi, esiste il libro più bello del mondo? Un libro che metta d'accordo tutti, che nessuno possa trovare imperfetto o che, almeno, possa piacere abbastanza ad alcuni e far innamorare altri, ma non disgustare o lasciare indifferente nessuno? La Divina Commedia? La Gerusalemme liberata? Uno, nessuno e centomila? No, no, e no. E allora quale?
E gli altri tipi di arte - scultura, canto, pittura, musica, cinema e via discorrendo - sono diversi? Siamo sicuri che La Venere di Botticelli piaccia proprio a tutti, che chiunque sia innamorato della Gioconda, del Laocoonte, della Sonata al chiaro di luna, di Casta diva cantata da Maria Callas, di Via col vento


lunedì 6 giugno 2016

Edizioni del Baldo: delicatezza e poesia

Buondì, fanciulle e fanciulli!
Cioè, quasi buonasera. Anzi, buonasera inoltrata.
Bene, ora che ci siamo accordati sui saluti, vorrei chiacchierare con voi di una Casa Editrice che ho conosciuto di recente e che mi sta già conquistando: Edizioni del Baldo!



Non sono uno spettacolo? Non solo le copertine, ricche, delicate e attraenti, ma anche la qualità della carta, porosa e un po' antica, come quella dei libri e dei quaderni di una volta.
Andiamo con ordine: la Casa Editrice in questione si occupa di quaderni, ricettari, agende, diari, taccuini tematici, fiabe per bambini e molto altro, spaziando anche ai magneti e alla carta regalo, per non parlare delle splendide borse in cotone, tutte con stampe di qualità. Il sapore di tutto ciò che produce questa Casa è dolce, nostalgico, profuma di buono, di cucine di una volta e vecchi abbecedari, di miele e sapori dell'orto, di sole e innocenza.
Non so come spiegarvelo, ma questi disegni mi fanno sentire al sicuro, come se fossi ancora bambina e nulla di brutto fosse ancora accaduto. Come se... oh, non importa. Ma mi sento così e tanto basta.

Guardate che meraviglia che sono gli interni dei quaderni che ho comprato:










Fra l'altro, se c'è una cosa che adoro è quando una Casa Editrice lavora con tanta cura e rispetto per la materia prima, ma anche per la mente dei lettori: gli aforismi che trovate nei loro quaderni non sono fra i più conosciuti e questo per me contribuisce a alzare di molto il livello culturale della loro produzione, pur restando di contingenza e non puramente letteraria e/o narrativa.


E voi? La conoscete? :)

giovedì 26 maggio 2016

La mia vita torinese: giorno 3, in cui schivo un serial killer


Giorno 3
In cui schivo un serial killer


COSE BELLE: la colazione letteraria, la mostra su Matisse, due bambini che giocavano senza poter parlare fra loro, i nerd

COSE INQUIETANTI: il serial killer, la canzone che canticchiava il serial killer, i nerd




Bene.
Sono le 7.26 di mattina, io sono immersa nel tepore delle lenzuola, ed è così che mi sento: bene. Odo il vociare del mercato affiorare dalla strada, il profumo di qualcosa di buono, forse del pane, che cuoce da qualche parte.
Sarebbe un risveglio perfetto, sicuramente migliore di quello che ho avuto ieri, se solo, tutto d'un tratto, non sentissi una voce strana in mezzo a quelle del mercato. Sembra che canti, ed è vicina.
Mi alzo, avvolgendomi tipo piadina nel lenzuolo, e mi avvicino alla finestra. Ah, per inciso: non sognatevi di girare in mutande qui, perché l'inclinazione particolare della strada sottostante fa sì che i passanti siano praticamente vostri compagni di stanza. L'ho imparato a mie spese: la prima sera stavo per godermi la liberazione di slacciarmi il reggiseno quando un tizio mi ha fischiato e salutata con la mano. Un tizio. In strada. Che mi sorrideva. Spettacolo.
Ma comunque, tornando alla voce.
Sono appiccicata al vetro, con le mani a coppa ai lati degli occhi per vedere meglio, ma niente. Molti teli stesi sull'acciottolato, mucchi di borse finte, orologi, ombrelli, bonghi; un quantità di signori afroamericani, un bel po' di mediorientali e una moltitudine di cinesi, ma nessuno che stia cantando.
Mistero.
Torno a letto e la voce ricomincia. Più vicina, ora. Di colpo, capisco che non viene dall'esterno.
L'estraneo è già qui.
E vuole uccidermi.



Oddio, non è che ne sia proprio sicura, ma se senti un tipo che canta canzoni inquietanti alle sette del mattino in un corridoio di un hotel, beh, tanto a posto quel qualcuno non deve essere. La canzone aumenta d'intensità, come nella migliore tradizione thriller, da Criminal Minds a La tempesta del secolo, passando per Nightmare, ed io comincio a impensierirmi. Mi sono chiusa a chiave? Sì. E se il tipo avesse una sua chiave? Se fosse l'ospite francese di ieri, quella esagitata per i croissant a colazione, perché magari non ne ha trovati e sospettasse, vista la mia pinguedine, che glieli ho mangiati tutti io?
Dilemma.

Alla fine, decido di rischiare. Mi vesto, tenendo sempre d'occhio la porta (e la finestra, nel caso il mio simpatico amico della prima sera ritorni a salutarmi), mi trucco e mi preparo alla battaglia: ho un pennello per ombretto in una mano (non ho avuto il tempo per affilarlo) e un panino avariato nell'altra. Mi ero scordata di averlo, in realtà: avrei dovuto mangiarlo il primo giorno, ma ora sono felice di essermene dimenticata.
Mi piazzo di fronte alla porta e abbasso la maniglia.
Sono pronta.



Il corridoio è deserto.
C'è solo la voce, che proviene da dietro la porta dirimpetto alla mia. Sopra c'è scritto PRIVATO. La bocca mi si prosciuga mentre richiudo la porta della mia camera, cercando di fare meno rumore possibile. La canzone sembra napoletana e il tipo la canta con uno stonato trasporto che non mi sento di scoraggiare del tutto. E' uno dell'hotel? Un ospite che ha sbagliato porta? Non lo so e non voglio saperlo.
M'infilo la chiave in tasca e me la filo alla velocità della luce.



Mi materializzo di sotto tipo teletrasporto, dove, per fortuna, mi attende la prima cosa bella della giornata. C'è un'unica tavolata in sala buffet, e la ragazza dell'hotel (istantaneamente la elimino dalla lista dei sospettati) mi propone di mangiare insieme agli altri ospiti, che mi sorridono speranzosi. Ora, io sono un animale sociale più o meno quanto la gente per strada mi scambierebbe per Naomi Campbell, ma visto che ho appena scampato la morte (per ora, mi ricorda una vocina) decido di farmi coraggio e socializzare.
E faccio bene, perché intorno al tavolo mi raggiungono, piano piano, diverse persone interessanti: scrittori, artisti, perfino un insegnante della Scuola Holden di Baricco. E scopro, fra il divertimento, l'onore e il panico, che tutti gli altri sono studenti dei corsi della Holden.
Cerco di dividere l'attenzione fra il loro talento e il mio tentativo di capire se uno di loro abbia la voce del serial killer, ma alla fine sono costretta ad ammettere che non sospetto di nessuno di loro: sono tutte persone fantastiche, brillanti e molto simpatiche, esponenti di un mondo di cui spero tanto, un giorno, di meritare di far parte anch'io.

Lascio i bagagli in giacenza, salutando per l'ultima volta Henry, Mike e Georgia (ma solo nel mio cuore; col cavolo che salgo di nuovo lassù, con un serial killer a piede libero) per poi dirigermi verso la mostra su Matisse, ospitata dal Palazzo Chiablese.
Pare quasi che sappia di cosa sto parlando, nevvero? Eppure mi perdo qualcosa come tre volte per percorrere i 15 minuti scarsi che mi separano, secondo il GPS, dalla mia destinazione.
Comunque, alla fine riesco ad arrivare e, anche se non è permesso fare foto nemmeno senza flash (ma poi, io non me ne intendo e sicuramente ci saranno ottimi motivi, ma famo a capisse: nun è che se ce faccio la foto je copio l'idea a Matisse, eh), m'inoltro (che fa? Cincischia???) per le sale del museo. Che è bello, porca vacca se è bello!



Non ci sono solo quadri di Matisse, ma i suoi spiccano e la selezione proposta è davvero impressionante. Molti sono gli stili - dal fauvismo fino ad arrivare a una semplificazione brutale delle forme e dei colori, con una predilezione anche per il circo e i suoi protagonisti - che il pittore e scultore ha attraversato lungo tutta la sua produzione artistica. 
Bella anche la piccola stanza-cinema, in cui viene mandato in onda un video di una decina di minuti in cui Matisse mostra come dipingeva: pochi, semplici tratti, con accostamenti di colori complementari... ma anche con tanta riflessione e, sì, anche tentennamenti. Guardando al rallentatore la sua mano, si nota come il pennello ondeggi molto sul foglio prima di calare e tracciare con precisione quella singola linea che andrà a comporre l'opera finita.
Guardate che meraviglia questo dipinto, con quale candore risalta l'abito della ragazza sullo sfondo rosso:


All'uscita, vado a pranzo a La maison de Marie, un ristorantino in una corte interna di Via Garibaldi. Anche qui, prima di trovarlo mi perdo tipo due volte, però alla fine lo individuo. Patate al forno da paura, così come il vitello tonnato. Sembrano buoni anche i dolci, ma preferisco stare a guardare due bambini, uno italiano e uno francese, che prima stanno con le loro famiglie ai rispettivi tavoli, poi si guardano con desiderio e infine, abbandonata ogni remora, si corrono incontro e si mettono a giocare, senza nemmeno parlare la stessa lingua. Ma a cosa sarebbe servito, in fondo? Ridono allo stesso modo, e tanto basta.

L'ultima avventura che mi aspetta è il Museo di Arte Orientale. In realtà, qui ci sono già stata due anni fa, ma stavolta c'è una mostra temporanea che mi solletica: quella sui guerrieri e i samurai nell'epoca moderna, dal nome "Bushi".



Chiedo un biglietto, faccio una figuraccia con l'assistente quando non trovo il portafoglio e poi, passata la paura, mi dirigo verso questo spettacolo:




E via, che altro c'è da dire?
Beh, che subito dopo mi aspetta questo:



E questo:



E lì comincio a sentirmi su di giri, anche perché ero convinta mancassero cinque mesi (CINQUE! SOLO CINQUE, VI RENDETE CONTO?!) al Lucca Comics, invece dentro trovo degli artbook originali da poter sfogliare (dopo aver indossato dei guantini bianchi che, per qualche motivo, connetto al serial killer che ormai dovrei aver seminato) e anche la cosa più straordinaria dell'universo:










Sì.
Citazioni che scorrono sullo schermo come le introduzioni dei film di Star Wars.
Non penso di aver mai visto una cosa più nerd e mastodonticamente figa in tutta la mia vita. Devono pensarla così anche gli altri visitatori della mostra, che da qui in avanti chiameremo, per semplicità, i nerd. I nerd sono decine, tutti intorno a me, e contemplano le action figure sotto le teche di vetro con un misto di stupore, rimpianto e bramosia febbrile. Copiosi rivoli di bava colano dalle loro bocche di fronte a queste meraviglie:




















Ma la cosa più bella sono i loro figli, che un po' mi fanno pena. Perché? Beh, vi faccio un esempio di uno dei dialoghi cui ho assistito:

Bambino inspiegabilmente non nerd: "Mamma, sono stanco, perché siamo ancora qui?"
Madre nerd: "Taci."
Bambino: "Ma ho fame! E mi scappa la pipì! E poi mi annoio..."
Madre nerd: "Ma piantala. Non capisci niente."
Bambino, sul punto di mettersi a piangere: "M-Mamma, che cos'hai? Perché fai così?"
Madre nerd: "BAMBINO, TU NON CAPISCI NIENTE."

Povera donna. Cioè, lo so che il 99% della gente avrebbe appoggiato il bambino, ma io la capisco, quella madre nerd. Uno dei motivi è il seguente:



Cioè, capite che c'è una statua a dimensione naturale di Yoda, e che la sua spada laser si illumina al passaggio delle persone? Voglio dire, bambino, taci. Impara e taci.

Ma, purtroppo, anche questo paradiso finisce, e così devo necessariamente proseguire la mia visita lungo il museo vero e proprio, le cui collezioni, a dire il vero, conosco già. Rimango comunque affascinata dalle armature, un paravento giapponese dipinto con rami di ciliegio su fondo oro e da questo:



No, non è avorio.
Sono ossa umane. Di bambini inspiegabilmente non nerd? Non lo sapremo mai.
Comunque, poco dopo esco dal museo e, purtroppo, so già che i miei minuti a Torino sono contati. Dopo alcuni saluti e aver recuperato il trolley, mi avvio verso la stazione e salgo sul treno. Mi metto comoda (per quanto possa stare comoda una persona con un trolley grosso quanto un giocatore neozelandese di rugby) e mi preparo alle quattro ore di viaggio che mi riporteranno a casa, dove il mio gatto, i miei genitori ed i miei amici (sì, sono consapevole di aver anteposto il gatto a loro) mi aspettano.
Il macchinista sale a bordo e il panorama fuori dal finestrino inizia a muoversi. Anche morire sarà così? Chiudere a chiave una stanza, preparare i bagagli e lasciare un posto che hai amato profondamente, per tornare in un luogo che sai essere la tua vera casa?
Non lo so. So solo che ora la campagna scorre veloce e che porterò sempre nel cuore questo weekend, con le sue cose belle e quelle inquietanti, gli incontri, le emozioni, gli sguardi di Van Gogh, la pioggia improvvisa, gli alieni fluorescenti sulla parete, gli Urania, i mici del Miagola Caffè e, sì, anche un po' il serial killer, che in fondo deve sentirsi depresso quanto me, ora che sa di avermi mancata. Tornerò, non preoccuparti, mio inquietante amico.
Tornerò.


Fine del viaggio